#RompiIlSilenzo: Le campagne di sensibilizzazione bastano? Ovvio che no

“#RompiIlSilenzio” è il titolo di un video che mira a sensibilizzare bambini, ragazzi e direi anche adulti sul tema del bullismo. Il punto di partenza del video è autobiografico: il 30 gennaio 2018 il sito di Repubblica parlava della storia di Pierluigi Gilonna.

Il ragazzo in un suo post Facebook lamentava e palesava un certo disagio, una certa insofferenza verso insulti di stampo omofobo. Il problema era la sua omosessualità: veniva preso in giro per strada ed a scuola, a tal punto da spingerlo a cambiare istituto. Il post diventa subito virale e quindi seguono varie condivisioni, considerazioni ed appelli. In questi casi cadere nella retorica dell’acchiappalike è terribilmente facile. Utile e direi (forse) necessaria tutta quest’attenzione sulla vicenda, ma non sufficiente.

Oggi sulla storia è stato girato uno spot dell’Apulia Film Commission, il regista è proprio lo stesso Gilonna. Il video mostra degli atti di bullismo verso un bambino, la sua colpa: essere omosessuale. La conclusione del video però allarga il problema, a ribellarsi ed a rompere il silenzio non è soltanto il protagonista, ma sono tutti gli altri bambini vittime di bullismo. È ovviamente un bel messaggio, il video è particolarmente bello: ma attenti, rischia di essere lettera morta.

 

Un passo indietro: la mia esperienza personale

Voglio provare a chiudere gli occhi ed a guardare indietro. Quando vidi su Facebook il post di Pierluigi che veniva chiamato “Piergay”, la mia mente di colpo è ripiombata al primo anno delle superiori. Procopio era simpaticamente “Progay”.

A detta di molti, per quanto mi impegnassi a nasconderla, la mia omosessualità era ben visibile, questo ovviamente dava adito a prese in giro e battute amaramente simpatiche. Dal “Procopio Ricchione” sulla cartella dei disegni alle medie al “Meglio pagliaccio che ricchione” delle superiori. Una volta un compagno venne a dirmi: “Ma lo sai che Marco pensa che tu sia ricchione?”, detta la frase si riparò subito dietro il suo stesso braccio; aveva paura che a quella frase rispondessi picchiandolo.

Dare del “ricchione” a qualcuno significava tirare fuori un insulto di una gravità terribile. Ancora più grave se inserito in un contesto di ragazzetti che si atteggiano a maschi alpha in cerca della preda. Veri e propri atti di bullismo non ne ho subiti fortunatamente, qualche presa in giro, qualche episodio poco gradevole si. Ero nel pieno dell’adolescenza dove nel mio cervello c’era un groviglio di paure e di domande senza risposta. Fortunatamente ero uno con un bel caratterino e quindi ho sempre affrontato tutto: mi ero costruito la mia impenetrabile corazza, tutto rimbalzava lì. Solo in apparenza però, dentro in realtà faceva male.

Era frustrante sentire ragazzi della mia età dire “quelli sono malati” oppure “le cose loro che le facciano in privato” e dulcis in fundo “a me fanno schifo, li brucerei”. Tutto detto così, per partito preso; io al mio banco ad ascoltare e sentirmi morire dentro.

Fortunatamente esistevano professori degni di tale nome: cercavano di spiegare che di sbagliato non c’era nulla, che non c’era alcuna differenza tra un bacio tra un uomo ed una donna ed un bacio tra due uomini; addirittura in maniera simpatica un professore faceva notare “Guardate che voi che fate tanto gli omofobi indossate capi di stilisti omosessuali eh”. Avevo addirittura un professore che aveva fiutato qualcosa, davanti a qualche presa in giro diceva “Beh a me basterebbe essere bisessuale. Almeno ho più possibilità di successo” e puntualmente mi strappava un sorriso.

In fondo penso di essere stato fortunato rispetto ad altri: le pagine di giornali sono pieni di casi di suicidio e di ragazzi vittime di vero e proprio bullismo. La scuola italiana è quella in cui dei ragazzi scrivono “Preside Gay” oppure dove appaiono scritte offensive contro un compagno di classe omosessuale.

La metà è lontana: facciamo abbastanza?

Io a #rompiilsilenzio aggiungerei #rompilipocrisia. Ben vengano video e campagne di sensibilizzazione, ma la rivoluzione deve nascere nel nostro piccolo.

Spesso nelle scuole i professori fingono di non vedere, spesso nel corpo docente ci sono professori omofobi: nella mia scuola avevo uno che entrava in classe facendo il saluto fascista, con il beneplacito di alcuni miei compagni (ritardati) che gli rispondevano.

Alcuni dicono “beh i diritti li avete, cosa volete di più” oppure il sempreverde “Ah ma io non vedo omofobia in giro”. Non la vediamo se non vogliamo vederla. Di enormi passi avanti se ne sono fatti, è innegabile; a mio avviso siamo però ancora lontani dalla meta.

Basti guardare il polverone sollevato dal caso di Vladimir Luxuria con la sua presenza nel programma “Alla lavagna”: esistono ancora persone che pensano che un bambino possa essere persuaso a diventare gay o trans. No, cazzate: non funziona così. Un bambino però può essere educato ed istruito ad essere aperto mentalmente, ad essere libero ed inclusivo nei confronti dell’altro. Ho sempre sostenuto che dire che siamo tutti uguali è stupida retorica: siamo tutti cazzutamente diversi, accettiamolo e facciamo della diversità un valore aggiunto.

I bambini sono gli adulti di domani e su quelli abbiamo il dovere di lavorarci, ma non dimentichiamo gli adulti di oggi. Se un ragazzo pensa che essere omosessuali è una malattia, da qualcuno lo avrà sentito dire. A lamentare ed a millantare influenze gender sui bambini sono i loro genitori: teniamolo a mente. Abbiamo l’obbligo di parlare, l’obbligo di raccontare cosa siamo veramente, dobbiamo discutere e sfatare miti e leggende.

Fabrizio Procopio

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