Il gay da giardino

Nell’ultimo anno e mezzo sono stati molti gli attacchi subiti dal movimento LGBT+ nel suo complesso. Un generalizzato sentimento di recrudescenza nei confronti dei “non-eterosessuali” è venuto a galla, con strepitosa potenza, soprattutto sui social network, area di scontro privilegiata da coloro che vogliono offendere il prossimo non rinunciando però alla comodità del divano di casa. Ma quali sono i motivi?

Frase che è divenuta ormai un grande classico della letteratura omofoba è l’espressione: «Non ho niente contro i gay, ma…»; quella proposizione avversativa, che spesso funge da incipit per una serie di insulti più o meno espliciti, contiene, a ben vedere, un microcosmo di convinzioni e considerazioni che pretenderebbero di concepire tutti i gay come esseri più silenziosi, più nascosti, più… domestici, e tutto per il semplice fatto che gli omosessuali, i bisessuali e i transgender in Italia, nel 2019, sono parte integrante della comunità solo in quanto eccezione, solo come fenomeno da tollerare e da misurare utilizzando come unico metro di giudizio la coppia uomo-donna.



Gay, ma omologati, mai diversi, mai troppo colorati o chiassosi, gay sì, ma con parsimonia insomma! Gay che potrebbero anche, per gentile concessione dei “normali”, organizzare una manifestazione, ma senza eccedere con il vestiario, perché una gonna troppo corta o una maglietta senza maniche possono fare la differenza tra un giudizio positivo ed uno negativo, perché l’unico gay buono, in quest’ottica, è il “gay da giardino”, quel gay che va bene solo come elemento di arredo, come decorazione alla quale, però, non può essere concesso il diritto di essere semplicemente accettato assieme a tutte quelle diversità che lo rendono sì normale, ma in modo meravigliosamente diverso ed unico.

 

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